Le cose belle e brutte
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LET'S ROCK !
Non voglio che la musica riempia gli spazi lasciati vuoti dalla mia vita, ma che,viceversa,sia la vita a colmare le rare afasie della musica che ascolto.Io aspiro a trasformarmi nella più ambiziosa opera rock vivente che la storia ricordi.
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THE DEAD WEATHER - SEA OF COWARDS
THE GASLIGHT ANTHEM - AMERICAN SLANG
BARZIN - NOTES TO AN ABSENT LOVER
THE ROLLING STONES - EXILE ON MAIN STREET
GOGOL BORDELLO - TRANS CONTINENTAL HUSTLE
BRUCE SPRINGSTEEN - LONDON CALLING
DIRTMUSIC - BKO
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TOM PETTY & THE HEARTBREAKERS - MOJO
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Bè insomma, se non credi a me,
credi almeno alla musica.
Non vi intendi le furie,
le vertigini, le estasi dell'empietà?
Daldialogo di un Arcidiavolo e d'un Arcangelo.
di Gesualdo Bufalino
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wildhorse
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wildhorse
(57)
7/6/10 19:58
THE DEAD WEATHER - SEA OF COWARDS
Ormai è certo:Jack White ha venduto l'anima al diavolo.Come Robert Johnson,anche White ha avuto la sua mezzanotte,il suo crocevia desolato e il suo uomo in nero,il suo Ike Zinnerman.Donami il talento,fai di me un genio,un rivoluzionario,regala alla mia chitarra l'eternità,e quando sarà il mio momento,conducimi con te all'inferno.Fammi bruciare fra le fiamme dell'Ade fino alla fine dei tempi,ma su questa terra non dovrà esserci altro blues all'infuori di me.Promessa mantenuta.Il ragazzo di Detroit da anni declina la grammatica del Delta con la pronuncia di un re,un re bianco.E non è un caso che lo faccia sotto molteplici spoglie: coi White Stripes,coi Raconteurs,coi Dead Weather.E' il suo dono e la sua missione,in cambio della quale White ha preferito Belzebù a Dio,per regalare a noi mortali una musica che attraversa il tempo,i dischi e le band come un treno in corsa verso una sulfurea immortalità.Era di qualche mese fa l'esordio coi Dead Weather,e ancora non avevamo finito di stupirci per " Horehound ",che " Sea of Cowards " arriva a scrivere il secondo capitolo di questa saga nata quasi per caso,ma che ha tutta l'aria di durare per un bel pezzo.La creatività tracima,il genio deborda.E' così Jack:idee a bizzeffe,irrequietezza fisica e mentale,canzoni scritte con l'urgenza di chi è costretto a sfruttare il tocco del diavolo finchè morte non lo separi dal plettro.Cantava Robert Johnson : " Devo correre.Il blues viene giù come grandine ".Sembra proprio una corsa quella di Jack White fra i suoi innumerevoli progetti:una corsa contro il tempo per celebrare tutta la musica che ha in testa e non lasciar dietro nemmeno una nota.Canzoni come se grandinasse,allora:la furia degli elementi in "Sea of Cowards " intride ogni riff di chitarra,ogni stacco di batteria,il pulsare lascivo del basso.La grandine che piove dal cielo con forza irruente e devastante.Gli anni '70,gli Zep,il Mississipi,gli Stones più sguaiati,e un blues moderno,nervoso,isterico,icastico,che procede per strappi e convulsioni,extrasistole del cuore e della mente.Petting duro con l'hip hop,attrazione perversa per ritmiche dub,animalesca copulazione con il bel rock che fu.Tutto in queste canzoni trasuda pornografia.Sesso estremo consumato con una sconosciuta nei bagni di una discoteca.Con le luci al neon a farti girare le pupille,la musica che rimbomba con perfidia nelle tempie strafatte di acido e il rumore della gente che ti passa a un metro dal cazzo.Un'orgia psichedelica,una notte stonata e senza fine,riff di chitarra a randellarci lo stomaco,e la voce luciferina di Alison Mosshart che si infila nelle orecchie come una lingua voluttuosa e senza freni.Il diavolo quando promette fa le cose in grande.Non fosse altro che per fottere l'ennesima ascensione al Paradiso di qualche fan Mika-lobotomizzato.Ecco allora quell'incipit clamoroso,ad alto voltaggio di umori,che porta il nome di " Blue Blood Blues ",versione destrutturata e anfetaminica dei Led Zeppelin più visionari;ecco il ghigno sardonico di " I'm Mad ",folgorante nel quattroquarti ossessivo e monocromatico e nelle perversioni vocali della Mosshart;ecco la lucida follia di " No horse " che pesca il riff dagli Alice in Chains e la ritmica dalla più malata Diamanda Galas.E tutto è orgasmo,sudicio e promiscuo quanto vuoi,ma intenso come mai lo è stato.Dalla prima all'ultima canzone di questa jam session peccaminosa di angeli caduti dal cielo.Ci rivedremo all'inferno,Jack.Intanto,grazie.
VOTO: 9
wildhorse
(57)
20/6/10 20:48
THE GASLIGHT ANTHEM - AMERICAN SLANG
Bello quando una recensione viene giù facile facile.Pochi ascolti,una sintonia immediata con le canzoni,una comprensione epidermica della musica e dei suoi contenuti.Sarà che certa musica la sento più vicina ai miei gusti e ad una,talvolta imbarazzante,propensione a tutto ciò che è rock senza troppi fronzoli e ammenicoli.E' stato così per tutti i tre dischi dei Gaslight Anthem,combo proveniente dal New Jersey,che suona un rock derivativo,certo,ma sincero ed epico.Un rock che è rock nel vero senso della parola,che non sta dietro a mode e a suoni cool,che piace alla gente che non cerca la moda del momento,ma guarda alla sostanza e all'essenza.Insomma,i buoni vecchi sapori di una volta,il panino con la mortadella e lo zola,che sarà grezzo quanto vuoi,ma che soddisfa cento volte di più del costoso ed elitario menù da ristorante giapponese.E credo sia proprio questo uno dei motivi del successo dei Gaslight Anthem: in un mondo dove la musica si perde in centomila improbabili definizioni,in cui gli artisti ( o presunti tali ) cercano necessariamente di stupire,creando spesso solo canzonette da supermercato,questi ragazzi in jeans e maglietta bianca tornano all'antico e badano al sodo.Niente di nuovo sul fronte occidentale,ovvio,ma alla gente questa formula tutta chitarre e sudore piace perchè fa sentire a casa.Una spruzzatina di punk e tanto Bruce Springsteen;l'epopea dell'on the road e l'epica degli sconfitti;la nostalgia dei bei tempi che furono e la sincerità nel raccontarla senza pensare esclusivamente ad andare in testa alle charts.Questo il contenuto di " American slang " ( lavoro springsteniano fin dal titolo ),le cui dieci intense canzoni non faranno la storia,ma sanno tenere compagnia ed emozionare.Tra una ballata elettrica e sanguigne tirate,l'amore per la musica del Boss ( con il quale sono fitti i reciproci complimenti e le collaborazioni ) emerge prepotentemente.Ma non si tratta semplicemente di cloni:c'è rispetto e riconoscenza per l'ispirazione,ma anche tanta ingenua immediatezza e una propensione al taglio malinconico dei brani,che trasmette energia e nel contempo consolazione.E ci fa ricordare,soprattutto, di cosa fosse il rock prima dell'avvento delle mode:una musica che non potevi catalogare,ed era libera,possente ed indipendente,quando ancora il termine non indicava uno stato di snobismo socio-musicale.
VOTO : 7
wildhorse
(57)
27/6/10 20:23
BARZIN - NOTES TO AN ABSENT LOVER
Barzin Hosseini,songwriter canadese di origini iraniane,è uno di quegli artisti che, per quanto impegno possa profondere,resterà sempre autore di nicchia,amato e osannato dalla critica,ma praticamente ignorato dal grande pubblico.A motivo di ciò,il basso profilo,caratteristica principale di chi preferisce creare un percorso artistico serio a discapito della commercializzazione della propria immagine,e una musica non propriamente accessibile a tutti,almeno non secondo quelli che sono gli attuali canoni di mercato.Una musica,quella di Barzin, che ricorda da vicino le atmosfere ipnotiche e avvolgenti degli Spain,gruppo di culto della scena indie americana,che tra la fine degli anni 90 e l'inizio del nuovo secolo,svilupparono un progetto musicale in cui un approcio slow core si fondeva con riverberi jazz e un pop dai tenui chiaro-scuri.Barzin,in realtà,è meno cerebrale e ha un'idea della canzone più propriamente convenzionale.In queste nove composizioni lo schema classico dell'alternarsi strofa-ritornello è preferito all'incedere narcolettico e dilatatissimo della musica del combo di Josh Haden.Con gli Spain,però,Barzin condivide una scrittura nitida,pulita,fatta di note immobili,sospese,eppure in qualche modo estremamente vitali.Una musica da camera,quasi sussurrata,simile a certi segreti che si confidano a un amico innanzi al camino acceso nelle notti d'inverno.Nove canzoni per raccontare il dolore di un amore finito, la consapevolezza di una vita destinata definitivamente a cambiare,la dolorosa presa di coscienza di un'irrimediabile assenza ( la copertina in tal senso è esplicativa:la ragazza dai capelli rossi che si muove per allontanarsi è sfocata, quasi fosse un fantasma,un'immagine colta improvvisamente in un flash-back della memoria).E ciò che stupisce in queste flebili note di nostalgia è il garbo con cui Barzin è capace di indurci all'introspezione e alla malinconia: la tremante rassegnazione,lo struggimento del ricordo,la tristezza di giornate che paiono vuote ed inutili,ci vengono raccontate con tono colloquiale e dimesso,ma con la limpida perfezione comunicativa di gemme quali " When it falls apart " e " Nobody told me ".Quasi un percorso di rielaborazione del lutto ( la perdita dell'amata in tutto e per tutto uguale ad una dipartita )," Notes to an absent lover " è un disco che si insinua sottilmente sotto pelle,che entra nel sangue e accarezza le vene,come droga salvifica e consolatoria,che ottunde il senso del dolore,trasformandolo in una pacata e arresa malinconia.
VOTO : 71/2
wildhorse
(57)
4/7/10 20:25
THE ROLLING STONES - EXILE ON MAIN STREET ( DELUXE EDITION 2010 )
"Exile" è sicuramente il disco più controverso della discografia degli Stones,tanto che questa edizione, rimasterizzata e contenente la bellezza di dieci inediti,ha riaperto, a distanza di 38 anni,il dibattito tra critici e fan.Da un lato,c'è chi vede in "Exile " uno dei vertici della produzione della premiata ditta Jagger - Richards che, finalmente lontani dal mainstream ( o main street,nello specifico ),han saputo dar vita ad un'opera diretta e mai così sincera ;dall'altro chi,non completamente a torto,enfatizzandone il suono grezzo e la mancanza di hit,la considera un'opera minore.Nel corso degli anni,a furia di ascolti,mi sono formato il convincimento che questo disco del 1972,registrato nell'esilio dorato della Costa Azzurra,sia un unicum nella produzione artistica degli Stones,sia per la stessa genesi dell'opera sia per un suono e un approcio alla canzone che non avrà in seguito più eguali.Conosco fans che a dover scegliere un disco degli Stones da portare sulla famosa isola deserta,sceglierebbero questo senza indugi.E non stento a crederlo.Quantunque personalmente giudichi "Exile" un gradino sotto "Sticky Fingers" e "Let it Bleed" ( ma un gradino sopra tutto il resto della loro discografia ),non posso non riconoscergli un fascino maledetto e bohemien che manca anche ai succitati capolavori.
I Rolling Stones sono all'apice del successo e della carriera ( l'anno precedente è uscito "Sticky Finger"),e proprio per questo vessati dal fisco inglese e dalla stampa tutta,che sta loro col fiato sul collo.Decidono pertanto di trasferirsi in Francia,dove la pressione fiscale è meno persecutoria.Richards affitta a Nellcote una villa con sedici stanze e spiaggia privata che,durante l'occupazione tedesca, era un quartiere generale nazista.Gli altri vanno a vivere lì vicino,ma si ritrovano a casa Richards per comporre e suonare.Peraltro,non regna nemmeno una gran armonia nel gruppo:se da un lato Jagger sta cercando di mettere la testa a posto ed allontanarsi dagli eccessi tossici ed etilisti del chitarrista,Richards è probabilmente all'apice della dissolutezza,e con l'allora compagna, Anita Pallemberg,non si risparmia festini a base di alcol ed eroina.
Alcune canzoni sono già pronte,altre vengono composte in quei mesi.Come studio di registrazione viene allestita la cantina della villa,buia e umida quanto basta per segnare irremediabilmente la performance della band.Il caldo assurdo e le sudate durante le registrazioni,fanno propendere per un titolo provvisorio :" Tropical disease".Richards,nonostante il clima talvolta più che festaiolo,sta sul pezzo come pochi,e impone interminabili sessioni di registrazioni ( anche se in futuro gli stessi Stones bolleranno come pessime la resa sonora e la fase di mixaggio dell'album ).Fuori da quella villa,il mare, il sole e un clima decisamente torrido rispetto a quello londinese.In questa cornice di contraddizioni,nascono le diciotto canzoni di "Exile":spirito bohemien,la sensazione di vivere in un contesto per certi versi magico,l'abuso di droghe e alcol,la presa di coscienza di una libertà creativa senza condizionamenti,ritmi di lavoro forsennati,il senso di claustrofobia per ore passate nello scantinato.Nasce così un disco a tratti sfilacciato e cupo,composto da una musica sudata,anfetaminica e tossica,ma mai così diretta ed immediata,tra blues caracollanti e naive e rock colorati di gospel,soul e country.Il risultato è estremamente eterogeneo,eppure stranamente compatto,come se le canzoni fossero legate da un filo vitale e non potessero prescindere l'una dall'altra.Mancano episodi celebri,perchè a parte " Tumbling dice" ( pimo singolo dall'album ),sono pochissime le apparizioni di brani da "Exile" nelle scalette dei concerti,ma le canzoni bellissime sono tante ed il loro fascino,dopo 38 anni,resta inalterato.Grazie anche ad un pugno di sessionisti di spessore,tra i quali spicca l'immenso Nicky Hopkins,già al pianoforte con i Jefferson Airplane per il capolavoro " Volunteers ".Dal micidiale incipit di " Rocks Off ",alla strepitosa cover di " Shake your hips " di Slim Harpo,alla luminosa " Shine a light ",che darà il titolo al film di Scorsese del 2008,fino al ritmo strascicato di " Ventilator Blues ",che per la prima volta porta la firma anche di Taylor,c'è di che spellarsi le mani dagli applausi.La versione deluxe dell'album contiene anche dieci inediti,alcuni davvero imperdibili.Oltre a due alternative takes di "Soul Survivor " e " Loving cup ",meritano una citazione il r'n'b sensualissimo di " Pass the wine ( Sofia Loren )" e il ballatone "Following the river ",roba da groppo alla gola e fazzoletto alla mano.Di "Exile " si è detto tutto e il contrario di tutto.Di certo,resta un'opera memorabile e stranissima,frutto di un periodo particolare, in cui l'esilio portò gli Stones ad essere, per la prima ed unica volta nella loro strepitosa carriera, soprattutto rockers piuttosto che rockstars.Forse,potrà non essere il vostro disco preferito di sempre.Ma vi assicuro che,anche alla luce di questa lussuosa riedizione,sarebbe un grave torto alla vostra discografia non possederne copia.
VOTO : 9 e 1/2
wildhorse
(57)
18/7/10 10:27
GOGOL BORDELLO - TRANS-CONTINENTAL HUSTLE
Il denaro e la fama,si sa,finiscono per spegnere il furore e la passione,che per natura traggono nutrimento dall'incertezza e dall'instabilità.Il denaro,insomma,rende prudenti.E un cuore prudente non osa,non supera l'ostacolo,non ringhia le proprie passioni al mondo,ma cerca solo di farsi comprendere.I Gogol Bordello hanno smesso ormai i panni della alternative band con seguito di nicchia,e con il placet di regina Madonna,si sono affacciati allo star system,con tutti i pro e i contro che questa nuova collocazione comporta.A produrre il quinto,nuovo album,del combo di Eugene Hutz,è niente pò pò di meno che Rick Rubin,re Mida della musica rock,che ultimamente ha dato nuovo lustro ad ex grandi band come U2 e Metallica.E il nuovo suono si sente proprio tutto:un filotto di canzoni meno sfilacciato e più omogeneo,una patchanka ordinata e ripulita dalle incrostazioni punk,una maggior attenzione alle soluzioni melodiche a detrimento delle esplosioni più propriamente rock.Ed è proprio questo il limite di un disco più accessibile al grande pubblico ed orecchiabile,che risulta però svuotato di quell'urgenza barricadera,di quell'esigenza espressiva trasversale, capace di fondere magistralmente sonorità folk e furore punk,rabbia giovanilistica e languori tzigani.Eugene Hutz ormai è una stella e,sinceramente, sono felice per lui.Se l'è meritato.Ma come succede troppo spesso,per vendere bisogna scendere a compromessi.Ecco,allora,che i Gogol Bordello di " Gypsy Punk " non ci sono più.Ne esiste ora una versione un filo addomesticata,vicina al più digeribile sound di Manu Chao( fanno la loro comparsa i ritmi sudamericani ),che alla sguaiata ubriachezza di " Santa Marinella " o all'orgoglio zingaro di " Immigrant punk ".E anche la nuova versione dal vivo della band non è da meno.Visti tre anni fa mi avevano annichilito ed estasiato,con la forza di una musica che squarciava il caldo afoso di una notte d'estate come una tempesta di vento, tuoni e fulmini.Una settimana fa,invece,innanzi ad un pubblico di cinque volte superiore alle aspettative,hanno dato vita ad uno show calibrato,perfetto,suonato con studiato trasporto da una band di consumati professionisti.Che non ha deluso,per carità,ma nemmeno incantato.E' così anche "Trans - Continental Hustle":tredici canzoni che congiungono il folk dei più disparati angoli della terra col collante di un rock che ha sapienza ma non ardore,che piacciono e si canticchiano all'infinito,ma che non riescono ad accendere il fuoco che c'è in noi.
VOTO : 6,5
wildhorse
(57)
21/7/10 23:18
BRUCE SPRINGSTEEN - LONDON CALLING DVD
Chiunque abbia assistito ad un concerto del Boss,lo ricorderà probabilmente come uno dei live act più emozionanti della propria vita.Una media di tre ore,one-two-three,le canzoni che si susseguono senza soluzione di continuità,tecnica,sudore,passione.E Rock,soprattutto.Quello vero,senza fronzoli,fatto di energia,assoli e canzoni cantate a pieni polmoni da uno stadio in festa.Quindi,nessuna sorpresa per il contenuto di questo doppio dvd che racchiude circa 180 minuti di tutte le cose elencate poc'anzi.Nella suggestiva cornice dell' Hyde Park di Londra,Springsteen da vita ad uno degli show più intensi della propria carriera,così epico da riuscire a incendiare perfino il composto e solitamente tiepido pubblico anglosassone.Tre ore circa in cui il boss ripercorre la propria discografia,con una scelta però non troppo scontata dei classici e qualche cover da leccarsi le dita.Come l'iniziale "London Calling " dei Clash,ad esempio,in onore della città di Londra e di uno dei gruppi più seminalidella storia,o "Trapped " di Jimmy Cliff,per lungo tempo uno dei punti di forza degli show del rocker del New Jersey e poi abbandonata per anni.La scaletta,come avviene ultimamente,è in parte scelta dal pubblico,che esplicita le proprie richieste tramite cartelloni:il boss raccoglie i suggerimenti e ci da dentro.Tra le chicche,un uno-due da ko con le versioni travolgenti di " Born to Run " e "Rosalita ",una di seguito all'altra,Il duetto con Brian Fellon dei Gaslight Anthem in " No surrender ", "Dancing in the dark " che conclude un concerto che sembra non aver fine, "Johnny 99 " in versione rockabilly e "Racing in the street" tanto intensa e struggente da ricordarci che Springsteen è tanto bravo a spingere sull'acceleratore,quanto a regalarci rallentate emozioni di sincera malinconia.Un paio di chicche rendono lo spettacolo ancora più travolgente:"Waitin'on a sunny day ",il cui ritornello è cantato da un bimbo preso dal pubblico e una travolgente " Out in the street ",in cui il boss fa su e giù dal palco,e poi arranca sugli scalini ( o fa finta ),accasciandosi stremato e felice.Non è solo la musica la protagonista di questo dvd,ma anche la regia strepitosa di Chris Hilton,capace, grazie anche ad un montaggio "invisibile ",di rendere suggestiva ogni immagine e di carpire tutti i momenti più intensi dello show ( o meglio di rendere intenso ogni momento dello show ) .Come bonus tracks due vere chicche: " Wreckin Ball ",la canzone che Springsteen ha dedicato al Giants Stadium di New York,abbattuto di recente,e una incredibile versione di " The river " ( non poteva certo mancare ) suonata al Glastonbury festival del 2009.
Anche se non siete springsteeniani ortodossi,non perdetevelo perchè è uno dei dvd live più belli di sempre.
VOTO : 9
wildhorse
(57)
2/8/10 8:15
DIRTMUSIC - BKO
BKO è l'acronimo che sta ad indicare l'areoporto di Bamako,capitale del Malì.Il cuore dell'Africa.Madre e culla della musica blues e rock,sogno e chimera di migliaia di musicisti bianchi che in ogni epoca hanno attinto e si sono ispirati ai suoni del continente nero.Dai recentissimi Vampire Weekend alle sperimentazioni anni '80 di Peter Gabriel,dal Paul Simon di Graceland fin dietro agli anni '60 e a Brian Jones.Il Malì è la patria dei Tinariwen,gruppo itinerante che propone una suggestiva fusione fra la musica tuareg e un rock blues dal sapore hendrixiano.E questa è anche la strada percorsa dai Dirtmusic,terzetto in lingua inglese composto da Chris Eckman,leader dei Walkabouts,Hugo Race,già con i Bad Seeds di Nick Cave,e Chris Brokaw. Una partecipazione al festival Au Desert del 2008 e quindi la folgorazione per quelle buone sensazioni di jam sessions desertiche sotto l'infinito cielo stellato. Il risultato è questo ottimo "BKO",registrato in Mali con la collaborazione dei Takimrest e di altri artisti locali,in un alternarsi e compendio di strumenti rock e tradizionali ( djembe ),di voci che nascono tra le dune di sabbia e di chitarre a tratti urticanti ed in altri leggere e sospese come un refolo di vento.Una musica per spazi aperti,con il cuore e l'orecchio oltre la frontiera,un viaggio senza soluzione di continuità dai giorni nostri alle radici del blues e ritorno.Nessuna volontà di sperimentare,a dire il vero.Solo l'emozione di calarsi in un mondo totalmente estraneo,viverlo,sentirlo e rielaborarlo attraverso le pulsioni rock del mondo occidentale.Il risultato è un pugno di canzoni alcune delle quali di folgorante bellezza,come l'iniziale " Black Gravity ",un blues aspro,ruvido,e nel contempo ipnotico,in cui il cantato inglese si fonde alla perfezione con la lingua tamashek,o la strepitosa cover di " All tomorrow's parties " dei Velvet Underground,viaggio nella nostra storia musicale attraverso la voce del deserto.
VOTO : 8
wildhorse
(57)
12/8/10 20:15
TOM PETTY AND THE HEARTBREAKERS - MOJO
Cazzo,che disco questo " Mojo " ! E scusate il "cazzo",ma dischi così ne escono tre quattro all'anno,non di più,e il francesismo serve a sottolineare e soprattutto a giustapporre la qualità del lavoro all'età anagrafica del suo autore.Si,perchè Petty ha sessant'anni suonati ( benissimo,peraltro ),trentacinque dei quali passati tra palchi e studi di registrazione,chitarra in mano e rock'n'roll nel cuore.Accomodarsi sul divano,godere gli allori conquistati durante un'onorata carriera e vivere di rendita ? Nossignori,Tom non ci pensa nemmeno.A ridosso della quadrupla antologia live uscita lo scorso anno,il rocker di Gainsville rientra in studio e rilascia un disco di superbo rock-blues.Suonato in presa diretta,peraltro.One-Two-Three e via,senza pensarci troppo.Il risultato sono quindici canzoni che suonano maledettamente bene,che vibrano nella loro semplicità,che ci riconciliano con un panorama musicale che troppe volte offre solo prodotti di plastica.Canzoni che appena suonate già diventano classici,pagine indimenticabili di un rock che, grazie ad un pugno di eroi indomabili, appare più giovane e pimpante che mai.Di " Mojo " stupiscono la freschezza e l'intensità,il sapore da jam session,la briglia sciolta agli strumenti,senza che però l'immediatezza dell'approcio irruvidisca l'esecuzione o offuschi la qualità delle canzoni.Si passa dal rock scintillante dell'incipit di " Jefferson Jericho Blues ",al blues del delta di " U.S. 41 ",dal country soul della splendida " No reason to cry ",alla dilatata e immensa " First flash of freedom",che coniuga il verbo southern rock degli Allman Brothers Band a sensazioni chitarristiche che richiamano alla mente il Santana più morbido.C'è spazio anche per una cavalcata hard rock," I should have know it ",che si apre con un riff alla Led Zeppelin e si conclude con un altro riff che chiama in causa addirittura gli Ac/Dc.In questo quadro solo in apparenza eterogeneo,domina invece il movimento fluido di una musica sfaccettata eppure incredibilmente coesa, grazie ad una band affiatatissima e all'alto livello di composizioni che non conosco momenti di stanca.E grazie,soprattutto a Tom Petty,che questo 2010 ha restituito a nuova vita e che nonostante la veneranda età pare ancora suonare la chitarra come un giovane califfo del rock.
VOTO : 8
wildhorse
(57)
22/8/10 10:40
KORN - REMEMBER WHO YOU ARE
Ricorda chi sei,da dove vieni,qual è il tuo passato,quali le tue origini.Solo così potrai ritrovare la tua strada,il tuo senso delle cose.E' questo il ragionamento che deve aver fatto Jonathan Davis al momento di entrare in studio di registrazione.Un ragionamento che prende le mosse fin dalla copertina di " Remember who you are ".Dall'interno di un'auto,un uomo guarda una ragazzina.Il motivo lo si può intuire.E' lo stesso uomo della copertina del primo,strepitoso disco dei Korn,datato 1994.Su quella cover l'ombra di uno stupratore incombeva su una bambina seduta in altalena.Oggi quella bimba è cresciuta,si è fatta donna,ma gli intenti dell'uomo sono i medesimi.Quella bambina,a voler dare spessore alla copertina,era la musica,lo stupratore sono i Korn.L'intento è quello di violare nuovamente le coordinate del metal,di riscrivere una pagina gloriosa e destabilizzante.Come quell'esordio travolgente,che fece piazza pulita del metal come lo pensavamo allora e diede vita a quel filone,detto nu-metal,che vide tra i propri alfieri,oltre alla band di Jonathan Davis,gente del calibro di Deftones,System of a Down,Rage Angainst the Machine.Poi,i Korn si persero ben presto per strada,ben più velocemente di tanti altri,schiacciati dal peso di quell'irripetibile rivoluzione,e rilasciando dischi sempre più modesti,diafani simulacri di un'ispirazione inaridita dalla mancanza di motivazioni e da un suono ammorbidito da digressioni elettroniche.Ad essere sinceri,non mi aspettavo nulla di buono da questo nuovo disco,soprattutto alla luce del risibilissimo " Untitled " del 2007,brutto ai limiti dell'ascoltabile.E invece,il ritorno alle sonorità del passato,a quel suono asettico,a quella quadratura ritmica,ha avuto un effetto insperato.Certo,siamo ancora ben lontani da quel vertice iniziale,però queste undici canzoni posseggono quanto meno un'anima.Si sente lo sforzo fatto,sia dal punto di vista compositivo,che nell'esecuzione dei brani:la voce di Davis torna ad avere spessore e volubilità,i riff di chitarra producono un bell' effetto a tenaglia grazie all'algida atonalità.Mancano picchi o canzoni trainanti( ad eccezione forse di "Oildale " e della luceferina " Never Around " ),ma nel complesso l'album convince,pur senza stupire,e regala anche qualche antico sussulto.Il limite del disco,però,sta proprio nella ricerca dell'antica gloria,in quel farsi replicanti senza avere il coraggio di guardare al futuro alla ricerca di nuove strade.Tutto sommato,considerato il gradito ritorno e l'approcio sincero, ci sta la sufficienza,nemmeno troppo risicata.
VOTO : 6
wildhorse
(57)
22/8/10 10:45
BUCKCHERRY - ALL NIGHT LONG
Ecco un bel disco per gli amanti del classic rock.O per quelli come me,che ascoltano di tutto in un viaggio infinito fra generi e sonorità disparate,e poi quando infilano nel lettore cd come questi si sentono finalmente a casa.Ritorno all'ovile e piacere per le piccole grandi cose della musica:riff cazzuti,interminabili assolazzi di chitarra e tanto sudore.Mica pizza e fichi.Cinque album in studio,un live, e una vita a suonare un pò con tutti,dai Kiss agli Ac/Dc,da Slash ai Velvet Revolver.Questo il curriculum del combo losangelino,che tra scioglimenti e reunion,torna sulle scene con un disco divertente come pochi.Non sognatevi nulla di nuovo,che non è proprio il caso.Le undici canzoni di questo nuovo lavoro si aggirano per le strade già battute dell'hard rock.Musica derivativa e citazionismo a manetta,che se sei capace di interromperti nel bel mezzo di un assolo di air guitar o di frenare l'headbanging convulso che accompagna l'ascolto,ti accorgi subito che queste cose le hanno già suonate gli Aereosmith,i Black Crowes,gli Ac/Dc e, di recente, gli Airbourne e gli Answer.E francamente,chissenefrega.Perchè ci son momenti che vuoi alzare a palla lo stereo,sentire il pulsare delle casse sul pavimento e rompere un pò i coglioni ai vicini petulanti.O magari sfrecciare in autostrada a centocinquanta chilometri orari, finestrini abbassati e capelli al vento.Il piacere fisico del rock,insomma.Gli interminabili anni settanta,che ora è di moda chiamare vintage,ma che son quarant'anni che,chiamali come vuoi, sbarluccicano felici nelle nostre discografie.Perchè va bene l'alternative,il free,il post,la musica stilosa e modaiola,ma sempre qui si ritorna.Un pò come il ristorante giapponese:fa tendenza,si mangia esotico,ci fai la seratona ad effetto.E quando esci,ti senti più fico e perfettamente adeguato al socio-cazzismo dilagante.Salvo poi andare a casa a farti due spaghi col pomodoro,che il sushi è di moda ma non riempie un cazzo.Ecco allora che ci son volte che ti va di ascoltare solo questo riciclo di emozioni già provate ma sempre attuali.E oltretutto i Buckcherry ci sanno fare,molto più di altri cloni della propria generazione.Perchè Josh Todd ha una voce da paura,qualche plausibile hit qui e là te la piazzano ( la title track e "It's a party " ) e soprattuto i ragazzi hanno la mano calda quando si tratta di sciorinarti il ballatone da stadio ( " I Want you "," Bliss "),di quelli che alzi le braccia e sventoli l'accendino anche quando ti trovi da solo nel salotto di casa.It's only rock and roll, but i like it.Oh Yeah !
VOTO : 7
wildhorse
(57)
22/8/10 10:51
BRAND NEW - DAISY
"The devil and god are raging inside me " è uno di quei dischi che non smetterei mai di ascoltare,e ancora oggi,a circa quattro anni dalla sua uscita,è spesso in heavy rotation sul mio stereo.Non solo una delle cover più belle di sempre ( i soldi li avrei spesi solo per quella foto a prescindere ),ma una musica fuori dagli schemi più convenzionali, che mutuava le proprie trame dal post core,in un alternarsi stordente di malinconiche canzoni ed esplosioni di furia cieca."Daisy ",uscito sul finire del 2009, spariglia le carte di quel gioco riuscitissimo messo in tavola dal suo predecessore,in barba al detto che " formazione che vince non si cambia ".E chiunque,come il sottoscritto, si attendeva il seguito,il volume 2 dello straordinario " The devil..", rimarrà quantomeno spiazzato.Se quel disco era un tuffo senza paracadute nel vuoto di una straniante ed elettrica disperazione," Daisy " prende le mosse da una concezione opposta.La produzione si fa più scarna,ruvida e aspra.Il suono sembra in presa diretta,mette in evidenza un'immediatezza che sporca le aperture melodiche,qui più contenute e disperse fra un assalto all'arma bianca e l'altro.L'approcio malinconico,palpitante, resta,ma è un sottofondo,va colto,intuito.Ciò che invece sorprende è l'impatto violentissimo delle composizioni:una violenza che è sfrontata,a tratti caotica forse,ma sempre necessaria,giustificata.Il cantato è spesso in screaming,furibondo e rabbioso,il suono delle chitarre si fa aspro,abrasivo,la sezione ritmica, in bello spolvero,è spesso sopra le righe,incombente come un cielo di nuvole basse e gonfie di pioggia.Anche i brani che potrebbero essere ricondotti alle sonorità precedenti ( " Bed "," At the Bottom " ) sono cupi,hanno uno sviluppo noise,sono intrisi di un liquor malevolo.L'incipit di " Vices "è addirittura puro metal-core:un intro anomalo( un gospel per pianoforte e voce ) e due minuti furibondi che annichiliscono come un montante da ko.Lo stesso dicasi per " Gasoline ",ennesima tirata in cui è lo screaming di Lacey a farla da padrone.La splendida " You Stole " è psichedelia dark,un incubo di sei minuti che sembra preso in prestito da " Saturnalia " dei Gutters Twins.Dopo il breve intermezzo di "Be gone ",un blues agonizzante e strafatto di acido che apre la seconda parte dell'album,riparte la furia.La tirata caotica di" Sink ",il drumming quadrato e incalzante dell'epica "Bought a bride ",l'incedere adrenalinico della conclusiva " Noro ",con un controcanto urlato e un assolo di chitarra sporchissimo che evaporano nel motivo per pianoforte che apre l'album."Daisy",nonostante l'urgenza espressiva che lo sottende, è un lavoro non facilmente assimibilabile,che richiede più ascolti per essere compreso.E sebbene non siamo ai livelli di scrittura del precedente " The devil..",è comunque un disco che si insinua lentamente sotto pelle e ammalia,nota dopo nota,canzone dopo canzone.L'ennesima dimostrazione di forza di un gruppo che,pur camminando sempre sul dirupo sdrucciolevole di una musica lontana anni luce dallo star system,non smette di fare proseliti e di straziare cuori.
VOTO : 7
wildhorse
(57)
29/8/10 10:46
NADA SURF - IF I HAD A HI-FI
Vari posso essere i motivi che conducono un'artista o una band a partorire un disco di cover.Il principale,è la mancanza di nuove idee,l'incapacità di scrivere canzoni proprie,causa vuoto creativo o mancanza di stimoli.Oppure le cover possono nascere anche dal desiderio di celebrare i propri idoli,la musica che si è amata e ci ha formato ( ricordate il piacevolissimo " Studio 105 " di Paul Weller ? ).Nulla di tutto invece questo per i Nada Surf,i quali, è dichiarazione ufficiale,rilasciano questo disco come una sorta di atto preparatorio al lavoro in studio che verrà.Una sorta di allenamento,quindi, volto a mantenere il tono muscolare fino al giorno della prossima partita.I Nada Surf non hanno mai brillato per originalità e intuizioni,e a parte " Let Go " del 2002,la loro carriera si è sempre mossa attraverso le trame di un alternative rock abbastanza prevedibile e a tratti parecchio scialbo.Suona strano quindi che uno dei loro migliori lavori sia proprio questo " If i had a hi-fi ",composto di undici cover di canzoni che,salvo rare eccezioni, galleggiavano nell' amniotico oblio delle cose dimenticate.La scelta è azzeccata:la scaletta si tiene ben lontana dal banale e da scelte ruffiane ed è rinvigorita da un piglio interpretativo seducente e da un'ottima ispirazione.Provate ad esempio ad ascoltare "Enjoy the silence " dei Depeche Mode:difficile far brillare una canzone già tanto bella.Eppure Matthew Caws e co.hanno l'intuizione di spogliarla dei toni drammatici e di trasformarla in una ballata byrdsiana di solare leggerezza,con tanto di coretti finali di disarmante ingenuità.Non da meno è la stupefacente " The Agony of Lafitte " dei texani Spoon,nella quale gli intrecci vocali creano attimi di bellezza quasi perfetta.Sullo stesso livello viaggiano " Love goes on "degli australiani The Go-Betweens ( altro pezzo meraviglioso anche in versione originale ),l'iniziale "Electrolution" di Bill Fox e soprattutto " Love and Anger " di Kate Bush,tanto mediocre e noiosa nella sua originaria versione,quanto emozionante e stilisticamente impeccabile nel registro creato dai Nada Surf." If i had a hi- fi" è un disco convincente,spesso emozionante e deliziosamente leggero,grazie ad un'originalità interpretativa,che profuma di moderno indie-rock,ma che sa richiamare alle orecchie un piacevolissimo deja vu di California,spiaggie assolate e mare.Una delle più belle sorprese di questo 2010.
VOTO : 7,5
wildhorse
(57)
5/9/10 11:45
BLACK LABEL SOCIETY - ORDER OF THE BLACK
Non amo molto i giudizi " tranchant ",ma questa volta voglio togliermi la soddisfazione di inanellarne due di fila:1) "Order of the black " è al momento il più bel disco metal dell'anno al pari di quello d'esordio di Slash; 2) Zakk Wylde ( al secolo anche ex-chitarrista dell'ormai rincoglionitissimo Ozzy Osbourne ) è il miglior chitarrista metal in circolazione e pochi cazzi.Il fatto è che quando ascolto dischi così,mi vien voglia di essere apodittico,mi esalto e l'enunciato,come diceva Kant, si fa necessario.La dimostrazione sta nelle canzoni.In questo caso tutte belle,potenti,decisive.La tripletta iniziale,ad esempio,annichilisce:" Crazy Horse ","Overlord " e " Parade of the dead " basterebbero a giustificare il prezzo dell'album.La prima delle tre in particolare ha l'incedere debordante della cavalcata:drumming con battuta lunga,di quelle da far ruotare la bacchetta tra le mani tra un colpo e l'altro,basso saturo,la voce ruvidissima di Zakk e l'assolo di chitarra,in cui Wylde fa cose pazzesche ad una velocità fulmicotonica.E dopo tre bombe così ? Sorpresa.Salta fuori il ballatone che non ti aspetti:pianoforte e voce al catrame,la sensazione di essere addirittura dalle parti Elton John,se non fosse per il taglio rock,l'arrangiamento sporco e un vibrante assolazzo di chitarra.A dimostrazione che Wylde ha un'ottima scrittura,anche fuori dagli schemi del genere,e che con la sei corde sa far tutto,ma proprio tutto con una tecnica impressionante ( i suoi assoli di alternate picking sono una delle cose più goduriose mai ascoltate ).E non finisce qui questo splendido disco: le canzoni sfrecciano a cento allora o si fermano un poco a farci rifiatare.La potenza del metal e una certa vena malinconica che illumina ballatoni come "Shallow grave "," Time waits for no one "( da brivido ) e la conclusiva "January ",che chiosa un album da heavy rotation compulsiva.E tra tante belle sensazioni c'è anche il tempo per un divertissement acustico: i 49 secondi di "Chupacabra " in salsa flamengo,tanto per far capire che Wylde è un'iradiddio anche con in mano una chitarra classica.
VOTO : 8,5
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